Diario di bordo

Lungo la strada dorata di Samarkanda

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Da venti più caldi sono infiammati i nostri cuori ardenti
Per la bramosia di conoscere ciò che non dovrebbe essere conosciuto
Percorriamo la strada dorata che porta a Samarkanda.
Siamo giunti nel mito. E i versi di James Elroy Flecker ben si adattano alla circostanza. Per la verità di Samarkanda finora abbiamo visto ben poco, se non la strada che dall’aeroporto (parc fermé per le vetture) conduce allo Sheraton. Accaldati e stanchi, ci siamo fatti rapire dall’aria condizionata e dalle docce. E dal computer che va aggiornato. Classica tappa di trasferimento con frontiera. Poi, high-way per Samarkanda. Una autostrada nel senso asiatico della parola: ampie carreggiate, certo; ma poi ti castigano buche e sconnessioni o ti sorprende un carretto contromano sulla corsia di sorpasso. D’altronde, la strada viene molto “vissuta”, nel senso che paesi e villaggi si sono sviluppati lungo l’arteria e quindi negozi, scuole, passaggi pedonali, mandrie di animali, tutto puoi incontrare lungo la “strada dorata che porta a Samarkanda”, come diceva il poeta. Domani ci aspettano piccole riparazioni e visita ai monumenti di Tamerlano, le moschee, il bazar, quel Registan che -dicono- supera ogni volta qualsiasi aspettativa. La gara? Per una volta, la mettiamo da parte. Tanto non è cambiato nulla: Vagabunda sempre prima tra le sport e quarta assoluta. Gli altri concorrenti cominciano a informarsi sulle modifiche tecniche, sbirciano interessati, si complimentano per la robustezza e l’affidabilità. Non dico a nessuno che i ricambi sono agli sgoccioli.

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