In prigione, finalmente

Roma - Citta' del Capo
13/02/2003

Come le anitre del Central park che quando il laghetto è ghiacciato in qualche posto dovranno pur andare, anche noi migriamo verso sud. E passiamo dai tre gradi sotto zero di Amsterdam ai 33 di Città del Capo. Il percorso vizioso (raggiungere l’estrema punta dell’Africa facendo sosta in Olanda) si spiega con l’impossibilità di trovare un volo sicuro e diretto. Il Jumbo della Klm è strapieno e quando, dodici ore dopo essere usciti di casa, ci ritroviamo a sorvolare San Pietro, ci prende il magone a pensare che ci vorranno altre dodici ore prima di finire…in prigione. Il Breakwater lodge custodiva davvero i condannati ai lavori forzati che costruirono il molo del porto ai primi del ’900; e un po’ dell’antica perfidia dei secondini deve essere stata ereditata dagli addetti alla reception quando ci dicono “la stanza non è pronta, forse fra un paio d’ore”. A noi, che abbiamo le nostre brave sette valigie (la Famiglia Settecolli) e 24 ore di spostamenti. Sonnetto ristoratore e via, dentro il Waterfront, il paese di Bengodi, un milione di negozi, ristoranti, vetrine, ballerini e suonatori. Incontriamo alcuni amici del Safari che ci invitano subito a cena: hanno prenotato ad Hout bay, ventuno chilometri di pullmino ma ristorante di pesce fantastico, aragoste e gamberoni imperiali. Rientro con giro di notte. Città fantasmagorica. Comincia a valerne la pena.