L’apocalisse? Uscire da Saigon

Saigon - Dalat
18/03/2008

Toccata dal vivo la piaga di questo millennio. Altro che cavallette, altro che carestie. L’Apocalisse sarà una metropoli strangolata dal suo traffico, immobilizzata con tutti gli abitanti dentro le loro stupide scatole infuocate. Come ci è successo stamattina nel tentativo di uscire da Saigon. Prima gli assalti furibondi di sciami di motorini, centimetro dopo centimetro da conquistare con il coltello fra i denti. Poi il blocco totale, l’immobilità assoluta coi motori in ebollizione e il terrore che il nostro si potesse spegnere. Ci avrebbero spianati e sepolti sul posto. Poi, come il Dio dei rallisti per caso ha voluto, la città è diventata periferia, sobborghi, dintorni, campagna. Trecento chilometri di saliscendi, villaggi pieni di chiese cattoliche (in uno ne abbiamo contate sei, tutte con il loro campanile moderno svettante oltre le povere case), villaggi di barche, villaggi di viandanti che salgono su pullman irrispettosi di qualsiasi codice umano o stradale. Salite ardite e, alla fine, questa città coloniale, lago a banana, 2.500 villette costruite dai francesi pensando alle loro Alpi. La nostra stanza è lussuosa, vasca da bagno e caminetto d’epoca, raffinato yukata (non prendete il vocabolario giapponese: è una vestaglia di seta), terrazza che si apre su parco e specchio del lago. Aperitivo chez Walter e Armelle, passeggiata, zuppone. Domani faremo un corso di cucina vietnamita. Gli amici sono avvisati…